Il disfacimento del blocco sovietico è stato un evento chiave non solo per il sistema internazionale, ma anche e soprattutto per l’Europa centro-orientale. Il sistema bipolare, che vedeva contrapposti gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica con i rispettivi blocchi, era caratterizzato da una certa dose di prevedibilità. Gli attori importanti erano solo due e, pertanto, le interazioni diventavano più semplici da gestire e gli errori di calcolo meno frequenti. Il mondo era virtualmente diviso in due ideologie differenti. Conflitti periferici emergevano – com’era il caso del Sudest asiatico o del continente africano – ma essi servivano anche per scaricare le tensioni dei due blocchi contrapposti. Infatti, in un conflitto le diverse fazioni si appoggiavano rispettivamente all’aiuto economico-militare degli Stati Uniti o dell’Unione Sovietica e questo bastava per spiegare anche le logiche in campo nella conduzione delle ostilità. La tenuta degli stati era piuttosto solida e le guerre avevano prevalentemente carattere inter-statale.

 

Con la fine della Guerra Fredda anche il sistema internazionale cambia. Dopo un primo decennio in cui gli Stati Uniti erano praticamente l’unico polo rimasto, si è passati sempre di più ad un sistema molto più incerto. L’avvento di un nuovo competitor a livello mondiale come la Cina e di diversi attori a livello regionale per la gestione di questioni locali – giusto per citare alcuni fattori –  hanno fatto sì che il sistema mondiale diventasse molto più complesso e volatile. Gli scenari cambiano con rapidità e la molteplicità di attori – statali e non – coinvolti in ognuno di essi ha reso le relazioni internazionali un dominio in cui regna l’ambiguità: attori che possono essere alleati in una determinata regione, si fanno la guerra in un’altra parte del mondo. Una semplice cooperazione non porta più ad alleanze di fatto anche in altri settori dove, al contrario, la competizione può diventare molto feroce. Inoltre nel corso dei decenni vi è stato un aumento significativo delle guerre intra-statali e non più tra stati. Le maggiori minacce alla sicurezza non arrivano più da paesi nemici, ma da gruppi di persone e da organizzazioni di vario tipo.

In questo nuovo contesto si inserisce anche la situazione dell’Europa sud-orientale. Ad una grande “faglia” di conflitti che si estende senza soluzione di continuità dall’Africa occidentale fino al Pakistan, fa da corrispettivo in Europa una “faglia” minore di tensioni e fratture di matrice separatista e/o etnonazionale. Dalla regione balcanica alla regione del Donbass in Ucraina e al Caucaso, i conflitti assumono sempre più caratteri etnici. A chi preconizzava la “fine della storia” con la futura imposizione della liberal-democrazia come sistema politico globale, la storia ha risposto con la comparsa di nuovi nazionalismi e di nuovi conflitti che, almeno nelle motivazioni, non avevano nulla di nuovo. Gruppi sub-statali si sono fatti carico di rinnovate rivendicazioni di autonomia, portando con sé tutta una nuova schiera di problematiche.

L’implosione del blocco sovietico è stata una congiuntura critica molto importante, in quanto ha tracciato l’ambiente necessario in cui mire separatiste potessero essere portate a compimento. In questo (anche solo possibile) vuoto o fragilità del potere centrale e di cambio di regime, conflitti sono emersi praticamente dovunque nell’Europa sud-orientale già dagli anni ’90 – nello specifico nei Balcani, in Transnistria e nel Caucaso – per arrivare a conflitti molto più recente – quello in Crimea e nel Donbass. Quindi, le tensioni separatiste si consolidano in contesti di grande fragilità dello stato. Quando lo stato non è più in grado di gestire efficientemente le spinte centrifughe, la sua stessa integrità è messa a repentaglio. Prendiamo il caso della Federazione Jugoslava: sebbene richieste di maggiore autonomia da parte delle repubbliche o delle province autonome fossero state avanzate in modo anche piuttosto marcato nel corso dei decenni, Tito era sempre riuscito a non farle diventare delle vere e proprie forze centrifughe contro l’integrità statale. Infatti, a momenti di concessioni di maggiore autonomia seguivano momenti in cui la gestione amministrativa veniva nuovamente centralizzata. Questo avveniva periodicamente in una sorta di movimento a fisarmonica così da evitare sia la concessione di troppa autonomia alle repubbliche che poteva portare all’indebolimento dello stato, sia per far sì che le loro rivendicazioni non si strutturassero e non si incalassero su posizioni violente.

Chiaramente l’appartenenza etnica è anche uno strumento usato dalle élites presenti nei diversi contesti per consolidare il consenso intorno al loro operato. Ma se un’idea – quella di nazione in questo caso – può essere così facilmente strumentalizzabile vuol dire che essa è fortemente radicata nelle persone. Se la nazione è davvero una “comunità immaginata” come suggerisce Benedict Anderson, allora la sua forza permane nel tempo e trascende i confini meramente politici, legandosi tuttavia ad un territorio ritenuto come “casa” della nazione stessa (in inglese homeland). I conflitti etnici, quindi, hanno alla base sia l’appartenenza ad una determinata comunità ma anche e soprattutto il valore di un certo territorio al quale si collegano eventi storici ed un passato comune che riecheggia nelle menti delle persone. E’ questo il punto centrale: non si può scollegare l’etnicità o, più ampiamente, il nazionalismo dal territorio di appartenenza di un determinato gruppo, territorio sul quale vengono proiettate speranze di una conduzione serena della vita e della coltivazione delle proprie tradizioni da poter tramandare alle generazioni future. Il territorio diventa sia fine in sé che strumento per poter sostenere la sopravvivenza nel tempo di quel gruppo etnico. Pertanto se l’appartenenza etnica è molto spesso manovrata dalle élites, ciò non toglie che le persone non credano nel legame che c’è tra di loro e, soprattutto, che questo legame non debba trovare un’espressione statale-nazionale. Inoltre, se la guerra è “la continuazione della politica per altri mezzi” come scrive Clausewitz, appare chiaro come i conflitti rientrino nel perimetro dell’azione umana atta a portare avanti i processi di strutturazione e di legimittazione dell’autorità.

Dal punto di vista geopolitico una situazione del genere porta una serie di problemi. Un contesto così poroso è facilmente permeabile dalle influenze degli attori esterni. Quello più importante che si muove nella zona è sicuramente la Russia.  Non è un caso infatti che la stessa formazione dello stato russo abbia seguito una direttrice asiatica durante il medioevo: un periodo in cui, mentre in Europa andavano consolidandosi strutture organizzative forti che avrebbero fatto da pilastri per l’emersione dello stato-nazione, in Asia si verificava la frammentazione dell’Impero mongolo e il successivo indebolimento dei vari khanati. Se in Europa la guerra veniva mossa per rinsaldare confini, l’Asia centrale era diventata facile terra di occupazione.

Quindi, i conflitti in Crimea e nel Donbass si sono presto vestiti di caratteri etnici, in una regione in cui anche la maggioranza delle persone che ci abitano è russofona e si sente russa. La stessa Crimea riveste un ruolo molto importante nell’immaginario della storia russa. Essa stessa faceva parte della Repubblica Russa anche in seno all’Unione Sovietica fino a quando Chruscev nel 1954 non decise di “annetterla” alla Repubblica Ucraina, sempre all’interno della cornice dell’URSS, in quel vasto processo di de-stalinizzazione: una stanilizzazione che aveva visto proprio in Ucraina alcune delle conseguenze più terribili. Tuttavia il ruolo della Crimea ovviamente non si esaurisce qui ma, anzi, si basa soprattutto sulla sua fondamentale importanza per il controllo del Mar Nero, dove oltre la Russia si muove fortemente anche un altro grande attore regionale, ossia la Turchia. Dopo l’annessione della Crimea alla Russia, anche la Transnistria, stato de facto che si trova incuneato tra Moldavia e Ucraina, ha richiesto di fare parte formalmente della Federazione Russa.

Una logica conseguenza in chiave transatlantica è che Unione Europea e Nato sono costrette ad impegnarsi nella regione per non rischiare di avere un ruolo secondario. Un centro forte infatti dipende da una periferia forte o perlomeno stabile. Le varie “questioni balcaniche” a primo impatto sembrano essere meglio gestibili, almeno in potenza. La prossimità con gli altri paesi membri dell’UE – dai quali sono geograficamente circondati – e l’allargamento e l’impegno Nato nella regione, ha reso i Balcani uno scenario già incanalato su processi di maggiore stabilizzazione. Molto più problematici appaiono gli altri scenari. Le sanzioni economiche imposte nei confronti della Russia non sembrano portare molti frutti da un punto di vista geopolitico. Tuttavia, un maggiore coinvolgimento porta con sé il rischio di gravi escalation in termini militari. Di conseguenza, una visione d’insieme sembra risultare necessaria per la gestione della stabilità della regione e dei tanti interessi che si estrinsecano in essa.

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