Simbolicamente, la caduta del muro di Berlino ha rappresentato la fine definitiva della pluridecennale Guerra Fredda e della divisione del continente europeo. La cortina di ferro raccontata da Churchill crollava per sempre, mentre tutte le principali emittenti televisive e radiofoniche d’Occidente e non solo trasmettevano dirette da Berlino. Le immagini di quel muro di cemento armato metaforicamente distrutto dalla popolazione berlinese, che si riuniva dopo 30 anni di divisione, sono rimaste nell’immaginario collettivo come il più grande momento storico degli ultimi anni. Senza ombra di dubbio il 1989 ha rappresentato per il Vecchio Continente un momento di svolta e di rinascita. Da questo momento in poi, l’Europa avrebbe dovuto fare i conti con un lento riavvicinamento verso Est, verso quel gruppo di paesi europei che, fino ad allora (fino al 1991), erano stati parte integrante del sistema sovietico. Infatti, accademici ed esperti si riferiscono al processo direttamente successivo di riavvicinamento tra l’Europa occidentale e quella orientale con il concetto di ‘return to Europe’, un progressivo ritorno verso quel nucleo di paesi con cui l’Europa Centro-Orientale condivide storia e tradizioni.

Quali siano stati gli effetti diretti del crollo del muro di Berlino, figuratamente, e quindi della fine della Guerra Fredda è oggetto di analisi politologica e storica dalla fine degli anni ’80. Nonostante importanti siano state le conseguenze per gli stessi paesi membri dell’Unione, che in larga parte (es. Italia e Francia) non vedevano di buon occhio la riunificazione di un paese forte come la Germania, soprattutto per gli effetti che questo avrebbe potuto avere sulla balance of power europea, di eccezionale portata è stata l’ingente esperienza successiva vissuta dai paesi dell’Europa Centro Orientale.

Il primo tassello da inserire a questo proposito ha a che fare con la posizione dei cc.dd. PECO (paesi dell’Europa centro-orientale) nello scacchiere internazionale. La fine della guerra fredda, infatti, ha determinato una nuova fase all’interno della NATO, che superate le divisioni tra est ed ovest, continuava a resistere e a conquistare il ruolo di principale security-provider nel continente europeo. Già nel 1991, la NATO aveva dato avvio al North Atlantic Cooperation Council, un forum di dialogo e collaborazione con i paesi dell’ormai decaduto Patto di Varsavia. Era questa l’alba di un nuovo periodo di cooperazione tra l’affermato occidente e i PECO, che si avviavano così ad assumere una posizione di rottura rispetto al passato. Il NACC determinò un momento di fondamentale importanza nella gestione delle relazioni tra le due sponde della ex—cortina di ferro nel periodo successivo alla fine della Guerra Fredda e dell’URSS. Un passo ulteriore, tuttavia, fu l’iniziativa americana di dare vita alla c.d. ‘Partnership for Peace’, una nuova possibilità per i nuovi partner della NATO di instaurare rapporti di cooperazione pratica con l’organizzazione militare dell’Alleanza Atlantica. Sponsorizzata dal Presidente americano Clinton, la PfP – lanciata per la prima volta a Bruxelles nel 1994 –  fu un tassello essenziale per l’allargamento successivo della NATO a Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, tutti precedentemente membri del partenariato.

Il movimento dei PECO verso ovest non si è limitato ad un avvicinamento verso il colosso della NATO, ma è stato anche diretto verso una progressiva interrelazione con la vicina Unione Europea. Fresca di successi, quali la ratifica del Trattato di Maastricht, nella prima metà degli anni ’90 l’Unione ha, in crescendo, irrobustito i rapporti con i PECO. Nel 1989, in parallelo alla caduta del muro di Berlino, Bruxelles concludeva un primo e fondamentale passo in avanti verso due paesi cruciali nella regione. Il Pologne Hongrie Aide à la reconstruction économique (PHARE), un aiuto finanziario limitato inizialmente a Polonia e Ungheria ma poi allargato all’interezza dei 10 paesi protagonisti dell’allargamento del 2004/2007, avrebbe dovuto assistere i primi passi dei PECO verso un futuro ingresso all’interno della comunità. Il traballante recente percorso storico di questi paesi ha reso l’intero cammino verso l’allargamento della comunità a 27 molto complesso e lento. Lo strumento della condizionalità, formalizzato a Copenhagen nel 1993, in questo frangente si è configurato come uno strumento chiave per la costruzione della politica estera dell’UE. Nonostante il tentativo della commissione Delors di costruire rapporti di cooperazione con il fronte est, i singoli paesi membri dell’Unione procedevano in via unilaterale nel rapportarsi alla nuova realtà che si stava configurando al di là del ‘muro’. Tuttavia, superate le difficoltà legate al modus operandi e abbandonata l’idea di un percorso a due fasi, che distingueva i paesi pronti da quelli meno pronti, ad Atene nel 2003 veniva ufficializzato il quinto allargamento dell’Unione, completato nel 2007 con l’ingresso di Bulgaria e Romania.

L’Unione, senza dubbio, si definiva in questo modo come un attore cruciale nella promozione della sicurezza. L’allargamento, nel contesto dei PECO, si riconfermava lo strumento ideale per la stabilizzazione della democrazia e per la promozione della crescita economica. Non solo, Bruxelles dimostrava di poter agire, alternativamente, come attore securitario in maniera del tutto indipendente dal ruolo degli Stati Uniti. Ciò nonostante, la conclusione del lungo periodo della Guerra Fredda ha significato per l’Europa centro-orientale e per l’Unione molto più di un semplice percorso in crescendo. Infatti, all’indomani della fine dell’URSS e del crollo del muro di Berlino, l’Europa intera si trovò a dovere affrontare una delle sfide più drammatiche di sempre. La dissoluzione del mondo comunista procedette in velocità come una crepa nel terreno, colpendo la Yugoslavia e trascinando intere popolazioni in guerra. La fine del conflitto bipolare, infatti, ha unito un nuovo ingrediente al composto: l’emergere di conflitti etnici. Una realtà così frammentata quale quella balcanica, sembrava consegnare il teatro ideale a queste nuove ‘guerre dimenticate’. L’incapacità della comunità internazionale di gestire la crisi in corso e la contraddittorietà dell’Unione, che da un lato negli anni ’90 formalizzava la propria politica di sicurezza comune e dall’altro non era in grado di promuove un’azione comunitaria in una regione così vicina ai propri confini e a quelli dei futuri nuovi membri dell’Unione, hanno determinato una delle crisi più complesse e buie degli ultimi tempi.

Non da ultimo, è necessario analizzare quello che è stato l’effetto dirompente della fine dello scontro bipolare nella politica interna dei PECO. In paesi come l’Ungheria, la Polonia e la Cecoslovacchia una maggiore tolleranza poteva già essere vista, anche se limitatamente, negli anni della guida brezneviana. Non sorprende, quindi, che fu proprio in Cecoslovacchia e in Polonia che nacquero i primi movimenti dissidenti e anti-sistema. Praga fu la culla del gruppo culturale di Charta ’77, movimento nato anche dall’arresto dei membri della band ‘Plastic People of the Universe’, il cui obiettivo era essenzialmente la promozione del rispetto per i diritti umani e civili. A Varsavia, invece, fu Solidarnosc a conquistare la scena e a consolidarsi come primo sindacato libero con a capo Lech Walesa, sostenuto da Papa Giovanni Paolo II.
Il percorso verso la democrazia, però, fu certamente diverso nei vari contesti e se l’abbandono del comunismo fu più indolore in Ungheria e Cecoslovacchia, non lo fu certamente in paesi a economia agricola come Bulgaria, Romania, Serbia e Albania. Romania e Bulgaria che, infatti, erano caratterizzati da una ridotta partecipazione popolare alla lotta per la democrazia e da un eccessivo interventismo statale nel frenare possibili tracce di dissenso. Infatti a Sofia le prime manifestazioni contro il governo furono nello stesso 1989, ma vennero represse nel sangue, così come in Romania, dove la riuscita delle rivolte fu assolutamente ridotta.

La portata del cambiamento avviato con la fine della divisione tra Germania Ovest e Germania Est è un fattore cruciale e di necessaria comprensione, per analizzare in profondità la situazione attuale nei PECO. La politica interna, la politica estera e lo scacchiere geopolitico in cui questi sono inseriti vanno capiti alla luce di quegli effetti fondamentali della fine della guerra fredda, che in modo o nell’altro sono ancora oggi oggetto chiave nella lettura degli eventi internazionali.

 

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