Nella storia della Guerra Fredda, i rapporti tra Stati Uniti ed Unione Sovietica sono stati caratterizzati da oscillazioni di varia natura. Benché essi rappresentassero i due poli contrapposti sui quali si equilibrava l’ordine mondiale, nel corso del loro “scontro congelato” non sono mancati anni in cui la competizione diventava più distesa. Ed è con il termine distensione (détente), appunto, che vengono conosciuti i primi anni ’70, periodo in cui si aprì una finestra di opportunità per una migliore gestione delle relazioni USA-URSS – ne sono degli esempi l’accordo SALT I del 1972 sulla limitazione degli armamenti strategici e la dichiarazione di Helsinki del 1975 sul miglioramento dei rapporti tra i due rispettivi blocchi. All’interno di una simile cornice, tuttavia, non mancarono né le occasioni di rinnovato attrito tra USA e URSS né le condanne delle opinioni pubbliche occidentali sull’operato degli Stati Uniti stessi. In tal senso, il caso probabilmente più famoso riguarda la cosiddetta dottrina Sonnenfeldt, la quale prende il nome da Helmut Sonnenfeldt, esperto e consigliere del Dipartimento di Stato americano, nonché uno degli uomini più vicini ad Henry Kissinger, consigliere sulla sicurezza nazionale e Segretario di Stato nelle amministrazioni Nixon e Ford ed il fautore principale della politica estera statunitense di quegli anni. Per questa sua influenza sul Segretario di Stato, Sonnenfeldt era conosciuto anche come “il Kissinger di Kissinger”.

Ma cos’è nello specifico la dottrina Sonnenfeldt? In realtà una tale dottrina pare non sia mai esistita. Infatti essa “nasce” durante un incontro tra gli ambasciatori statunitensi nei paesi dell’Europa occidentale e orientale nel dicembre 1975 organizzato dal Segretario di Stato Kissinger. In questo incontro privato Sonnenfeldt tenne un discorso agli ambasciatori auspicando e sostenendo una relazione più “organica” tra paesi dell’Europa orientale ed Unione Sovietica. Molti dei presenti richiesero che degli appunti venissero presi durante gli incontri cosicché da poter avere dei promemoria di quello che veniva detto. Quando questi appunti giunsero alla stampa scoppiò un caso mediatico di vaste proporzioni. Infatti il termine organico lasciava presagire una sorta di ripiegamento degli USA dall’Europa orientale, sacrificata sull’altare della distensione, dei buoni rapporti e dell’ordine del sistema internazionale. In un certo senso veniva riconosciuta la sfera di influenza dell’URSS sui suoi paesi satelliti, i quali dovevano adattarsi ad essa fino a diventare parte integrante del polo sovietico. Sebbene subito smentite, quelle poche affermazioni assursero al livello di una vera e propria dottrina che potesse influenzare la condotta degli Stati Uniti nella gestione degli affari esteri. Lo stesso Sonnenfeldt nel corso degli anni successivi ha sempre rimarcato il tono colloquiale con cui le affermazioni erano stato formulate e come lui in realtà auspicava e prevedeva uno sviluppo autonomo e spontaneo del dissenso all’interno del blocco sovietico.

Una delle estremizzazioni di questa teoria porta a considerare l’Unione Sovietica addirittura come un nemico necessario perché, nonostante tutto, l’ordine mondiale bipolare risultava più gestibile, più forte e più sicuro. Un ordine bipolare che si sarebbe frantumato (come effettivamente avvenne da lì a 15 anni) se uno dei due pilastri che lo sostenevano fosse crollato. Sembrava come se “l’elefante nella stanza” del sistema mondiale – ossia la competizione sovietica – fosse in realtà necessaria agli Stati Uniti per tenere in piedi la stanza stessa. Negli anni ’90, infatti, gli USA si scoprirono gli unici a dover gestire un mondo forse troppo grande. Pertanto un polo contrapposto, forte ma non troppo, era necessario per la stessa tenuta del sistema e, soprattutto, forniva l’ambiente perfetto per la legittimità della leadership statunitense in Occidente.

Il collasso del blocco sovietico, tuttavia, avvenne fondamentalmente per cause interne – ossia, se vogliamo, secondo la versione “corretta” della dottrina Sonnenfeldt. L’implosione del socialismo di stato fu una “sinfonia rivoluzionaria in quattro movimenti” (per citare Ivan Berend). Il primo di questi movimenti fu l’emergere di un’opposizione di massa organizzata in Polonia; il secondo riguardò l’opposizione socialdemocratica ungherese; il terzo fu il collasso del socialismo di stato in quattro paesi diversi (ossia Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria e Albania); infine, il quarto fu la marcia funebre della Federazione Jugoslava. Sebbene relegati ai margini della politica mondiale, i paesi dell’Europa orientale sono riusciti da soli a porre le condizioni per rovesciare il socialismo di stato e, di conseguenza, i regimi dittatoriali che lo avevano portato avanti.

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