Dopo gli sviluppi dell’ultimo anno sul territorio della Siria e dell’Iraq, dove il Daesh ha perso la maggior parte del terreno controllato alla sua massima espansione, la strategia dello stesso è cambiata radicalmente. Dovendo far fronte anche ad un calo di interesse da parte dei foreign fighters per raggiungere un fronte di guerra prossimo alla sconfitta (The Soufan Group 2017), il Daesh ha preferito spostare l’asse del conflitto nelle comunità di adozione.

Per questo motivo ha incitato i futuri foreign fighters a rimanere nei territori di residenza per perpetrare lì i prossimi attacchi terroristici. Una certa correlazione nel tempo, infatti, ha visto l’aumento di attacchi terroristici in Europa dopo significative perdite di territorio da parte di Daesh: “alla riduzione territoriale e simmetrica del Daesh, molto spesso corrisponde un aumento dell’impegno asimmetrico”[1]. I Balcani Occidentali non sono stati tuttavia bersaglio di attacchi terroristici di matrice islamista di tale entità da poter scuotere l’opinione pubblica di quei paesi. La minaccia comunque persiste, anzi in parte si sposta anche verso l’Europa occidentale in quanto gli attacchi avrebbero comunque una risonanza mediatica maggiore se perpetrati nelle grandi capitali o città europee. La scelta dei target non è né casuale, né secondaria: le richieste politiche portate avanti da atti di terrorismo hanno bisogno dell’auditorium adatto.

I Balcani, anche in questo caso, rappresentano un punto nevralgico per il jihad in Europa, fornendo uomini e supporto logistico alle altre cellule presenti, ma anche fungendo idealmente da cinghia di trasmissione tra l’Europa e i teatri di guerra mediorentali. Lo smantellamento dei network jihadisti deve necessariamente passare dalla lotta alle cellule balcaniche. E’ altresì necessario cercare di inviduare e monitare ex-combattenti nei conflitti balcanici degli anni ’90 che poi hanno deciso di stabilirsi in altri paesi europei. Infatti sembra che i vecchi combattenti radicalizzati durante la guerra continuino a mantenere la stessa visione del mondo estremista: non solo, essi tendono a tramandarlo in famiglia anche ai propri figli (Vidino 2017).

A testimonianza della centralità dei Balcani nella lotta transnazionale portata avanti da Daesh, degno di nota è il fatto che la sua nuova rivista Rumiyah venga pubblicata in dieci lingue, tra le quali il bosniaco (Manciulli 2017). Questo infatti rappresenta solo un altro tassello per rafforzare il concetto di jihad orizzontale – secondo il quale ogni individuo deve agire in autonomia secondo le linee guida dettate da Daesh – andando proprio a diffondere i suoi messaggi negli ambienti più ricettivi. La pianificazione e la responsabilità delle operazioni viene spostata all’ultimo attore in un processo di decentralizzazione delle linee strategiche generali diffuse online. Il fatto che tra le lingue scelte ci sia anche il bosniaco sta ad indicare che i Balcani Occidentali vengono considerati un teatro sensibile anche dai jihadisti stessi. Peraltro questo uso massiccio della comunicazione attraverso strumenti ben curati e all’avanguardia, nonché attraverso i vari social media, rende il quadro ancora più complesso. Una grande sfida è monitorare gli innumerevoli canali che i network jihadisti usano per reclutare nuovi combattenti o per comunicare i loro piani. Infatti, nella lotta di Daesh l’aspetto della comunicazione diventa qualcosa di molto più importante di un semplice strumento per mandare il proprio messaggio: la comunicazione è diventata una vera e propria arma, un modo per condurre la guerra ed attivare o indottrinare i c.d. lupi solitari. Bisogna anche dire che ad una prima fase di espansione territoriale di Daesh è corrisposta una proliferazione di canali e strumenti comunicativi da parte dello stesso, mentre nella seconda fase la perdita del controllo del territorio e le sconfitte sul campo di battaglia hanno portato ad un conseguente ridimensionamento dell’apparato mediatico, in termini quantitativi e qualitativi (Relazione SISR 2016). Tuttavia la vigilanza deve rimanere massima in quanto il quasi azzeramento dei costi di produzione e di pubblicazione di materiali, anche abbastanza curati e sofisticati, sulle diverse piattaforme online continuerà ad essere un fattore chiave nel grande uso che i network jihadisti continueranno a fare dei mezzi mediatici.

Tuttavia, non bisogna nemmeno sovrastimare l’uso che può essere fatto dei mezzi di comunicazione per portare avanti azioni di reclutamento nei Balcani. Infatti l’indottrinamento di alcune frange emarginate delle comunità balcaniche passa soprattutto dal livello più propriamente locale, attraverso la predicazione di imam estremisti o anche attraverso l’operato di ONG dalla dubbia origine ma molto spesso finanziate dai sauditi e che, quindi, portano avanti insegnamenti ed interpretazioni wahhabite. In Kosovo, per esempio, quella che una volta era una società islamica tollerante si sta lentamente trasformando in una fonte di estremismo (Gall 2017). Gli imam riescono a porsi come interlocutori affidabili e spesso riescono anche a colmare le lacune dello stato per quanto riguarda l’aiuto nei confronti delle famiglie in difficoltà. Considerando la marcata arretratezza economica di vaste zone dei Balcani, emerge subito il pericolo che intere comunità di persone si affidino sempre di più agli imam locali, soprattutto per quanto riguarda l’educazione e l’istruzione dei più piccoli. Una politica lunga ma la quale si auto-rinforza sempre di più nel corso del tempo, creando una platea sempre più grande di persone ricettive a possibili processi di radicalizzazione.

Un altro problema per i paesi balcanici è quello dei returnees, i combattenti che ritornano dal teatro siro-iracheno nelle vecchie comunità di appartenenza. La priorità e l’importanza di tale minaccia alla sicurezza è ben conosciuta anche dai rispettivi governi balcanici che stanno cercando di delineare politiche di individuzione e di riconoscimento dei vari returnees (Morina 2017). I returnees, individui già radicalizzati e già addestrati al conflitto, non sono solo una minaccia in termini di sicurezza pubblica. Essi infatti possono anche fungere da “attivatori” per diversi individui o cellule “dormienti”, o anche portare avanti operazioni di indottrinamento, grazie anche alla loro conoscenza del tessuto sociale in cui vanno a (re-)inserirsi. Gli stati, inoltre, non hanno trovato ancora un modo efficace per indirizzare il problema dei returnees: molti diventano spesso irritracciabili, mentre altri vengono incarcerati (The Soufan Group 2017). L’incarcerazione però potrebbe non essere il modo più ottimale per affrontare e risolvere il problema, in quanto il carcere costituisce uno degli ambienti principali in cui gli individui vengono radicalizzati grazie all’entrata in contatto con jihadisti di lunga data. Pertanto misure prese per salvaguardare l’immediata sicurezza pubblica di un paese possono portare gravi conseguenze sul lungo periodo.

Inoltre il problema della radicalizzazione islamica si inserisce nell’alveo di altre dinamiche problematiche della regione balcanica: i flussi migratori ed il traffico d’armi. I flussi migratori – virtualmente finiti dopo il patto UE-Turchia – non erano solo un vettore di transito di possibili combattenti del Daesh, ma anche una possibile fonte di sostentamento in termini finanziari (Manciulli 2017). Sia nella rotta balcanica, che in quella libica, i network jihadisti hanno cercato di insinuarsi all’interno della gestione di tale fenomeno per potersi ritagliare una fetta del “mercato”, entrando però in contrasto con le varie organizzazioni di criminalità organizzata presenti nella regione. Dall’altro lato, la quantità enorme di armi che si possono reperire nei Balcani, grazie alla centralità che riveste la regione nel traffico di armi, aumentano le capacità anche dei singoli individui di portare avanti attacchi terroristici di una certa entità, o comunque aumentano le capacità di rifornimento delle altre cellule in Europa. Infatti, come ha ironizzato anche il generale Giovanni Fungo, comandante della missione Kfor della NATO, sulla situazione in Kosovo: “[p]otrei mandare i miei uomini disarmati e troverebbero le armi per strada” (citato in Vespa 2017). In definitiva, la minaccia islamista rende ancora più preoccupante un quadro generale già altamente instabile e volatile.

 

Riferimenti bibliografici:

Gall, Carlotta (2016) “How Kosovo Was Turned Into Fertile Ground for ISIS” New York, New York Times, 21 maggio 2016.

Manciulli, Andrea (2017) Sconfiggere il terrorismo. L’evoluzione della minaccia jihadista e gli strumenti legislativi di contrasto. Camera dei Deputati.

Morina, Die (2017) “Kosovo Braces for Security Challenge of Returning Fighters” Belgrade, Balkan Insight, 16 novembre 2017.

Pioppi, Stefano (2017) “Come contrastare la minaccia jihadista che arriva dai Balcani” Airpress, 16 marzo 2017.

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica (2009-16), Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza.

The Soufan Group (2017) Beyond the Caliphate: Foreign Fighters and the Threat of Returnees TSG, October.

Vespa, Stefano (2017) “Come e perché i Balcani sono una palestra per il radicalismo terroristico” Formiche, 17 marzo 2017.

Vidino, Lorenzo (2017) “Dalla provincia alla Siria, quando la jihad è di famiglia” Torino, La Stampa, 28 gennaio 2018.

[1] Paolo Scotto di Castelbianco, citato in Pioppi (2017).

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