L’ormai consolidata relazione speciale tra Varsavia e Washington è tornata a far discutere di sé in seguito alla richiesta polacca di vedere costruita una base militare statunitense sul proprio suolo. Inoltre, il procedere dei negoziati della Brexit sta contribuendo a trasformare la Polonia nell’alleato americano più forte, nonostante altri paesi stiano parimenti competendo per questo ruolo.

Le radici di questo rapporto sui-generis affondano nel trascorso burrascoso negli anni poco precedenti alla caduta del muro di Berlino e nel periodo appena successivo.  Sulla base di ciò e della vicinanza tra le parti su temi di politica estera chiave, Marcin Zaborowski ha costruito il concetto di “instinctive atlanticism”, nel tentativo di spiegare nel dettaglio la natura della sintonia che regna sull’asse Varsavia-Washington. L’ingresso polacco nella Nato nel 1999 e la scissione europea sull’annosa questione della guerra in Iraq nel 2003 sono solo due degli eventi che dalla fine della guerra fredda hanno trascinato la Polonia sempre più vicina agli Stati Uniti. Tra le ragioni profonde di questo avvicinamento, l’estenuante ricerca di protezione e sicurezza contro il nemico russo, cosa che giustifica e motiva anche il 2% del PIL speso in difesa dal governo di Varsavia e che la distanzia dal resto dell’Europa. La richiesta di supporto, inviata a gran voce agli Stati Uniti, si inserisce però in una già molto fragile configurazione delle relazioni con Bruxelles. È, infatti, evidente la volontà di Varsavia di negare all’Unione Europea il ruolo di security-provider in fasce, per confermare agli Stati Uniti l’ennesima sconfitta europea in settori da sempre ostici, ossia difesa e sicurezza.

Durante la visita alla Casa Bianca del 18 settembre scorso, il presidente polacco Andrzej Duda ha dichiarato di volersi impegnare affinché il proprio paese fornisca fino a 2 miliardi di dollari per la costruzione della base militare. Nella speranza di assecondare fino in fondo le tendenze auto-celebrative dell’amministrazione statunitense, da Varsavia è arrivata anche la proposta di intitolare la base al presidente Trump. Il corteggiamento dei mesi passati non è stato univoco e Washington non ha fatto mancare dichiarazioni trionfali per cementificare definitivamente il patto di sangue con Varsavia. Definita come il baluardo della crescita economica europea e della sicurezza transatlantica dal dipartimento di stato statunitense, la Polonia si avvia a celebrare i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino nel 2019 con la costruzione di un nuovo muro, invisibile ma altissimo, per contenere il nemico russo, che sembra non essersi mai assopito. Le azioni di Mosca in Ucraina nel 2014 hanno aggiunto peso alla minaccia russa avvertita nella regione europea centro-orientale. Infatti, a Varsavia è sempre più forte la convinzione secondo cui l’unico modo per prevenire una guerra sia rendere evidente la propria capacità di contro-attacco a qualsiasi costo. Nonostante le mirabili intenzioni dimostrate dal paese, i 2 miliardi proposti come fondo interno per la costruzione della base non sembrano bastare se non per una prima impostazione della presenza americana sul territorio. La presenza USA, quindi, sognata sin dai tempi di George W. Bush potrebbe rimanere un sogno ad occhi aperti.

Molti sono i punti lasciati in sospeso da entrambi i governi. Primo tra tutti il risultato delle appena conclusesi midterm elections, che hanno visto trionfare parzialmente al Congresso i Democratici. Sono pochi i dubbi sulla posizione di questi ultimi in merito alla possibilità di aumentare l’impegno militare statunitense in Polonia, ai confini di una Russia sempre più attenta a ciò che accade nel vicinato europeo. La possibile reazione russa allarma ma non spaventa Duda e Trump, così come non preoccupa la posizione di Bruxelles. Varsavia continua a considerare Washington come l’unico alleato davvero in grado di garantirle sicurezza e nonostante i tentativi di alcuni stati membri europei di rafforzare le capacità di difesa dell’Unione, con mezzi quali la Permanent Structured Cooperation (PESCO), la Coordinated Annual Review on Defence (CARD) e lo European Defence Fund (EDF), quello Polacco resta il tassello mancante di un’architettura di sicurezza europea che cerca di spiccare il volo. Lontano dal voler collaborare con i propri vicini europei in materia di difesa, il paese continua a scontrarsi con l’UE e a sottovalutare le possibili conseguenze del crescente allontanamento tra le parti, motivato dal rampante antieuropeismo che sta conquistando – non senza creare trambusto – la regione.

 

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