di Enrico Pelosato

Introduzione al tema della secessione: osservazioni preliminari

Da alcuni decenni, si sta assistendo all’emergere di movimenti separatisti in numerosi ordinamenti europei ed extraeuropei[1], quali ad esempio: il Canada[2], la Spagna[3], il Belgio[4], la Francia[5], il Regno Unito[6] e, seppur con sfumature diverse, l’Italia[7]. In tale contesto, i movimenti separatisti si pongono lungo il cleavage “centro-periferia”[8] al fine di giungere al riconoscimento di una presunta diversità identitaria delle comunità locali capace di creare una distinzione tra “noi” e “loro” tale da costituire la premessa politica e sociologica per ogni aspirazione secessionista.

In diritto internazionale, si parla di secessione qualora si verifichi “il distacco da uno Stato preesistente di uno o più territori, che si costituiscono a loro volta in Stati indipendenti senza che il primo cessi di esistere[9]. A questo proposito, occorre osservare che il diritto internazionale (di per sé) non vieta né autorizza la secessione, bensì esso si limita a fissare regole procedurali di legittimazione ed obblighi di legalità internazionale: tuttavia all’atto pratico, quest’ultimo punto incide negativamente sul riconoscimento di nuove entità statali[10]. Il tema della secessione costituisce inoltre materia di dibattito dottrinale per la comunità dei costituzionalisti: infatti, come osservato da Cukani, “dando pertanto come presupposto la componente nazionalistica e l’assenza o il non soddisfacente grado dell’asimmetria, e pertanto della specialità, che dovrebbe contraddistinguere l’autonomia di un determinato territorio pur preservando l’unità statale, [più recentemente] il dibattito teorico si è spostato dalle ragioni che sottostanno al diritto morale di secessione al processo secessionistico di per sé[11]. In riferimento alla costituzionalizzazione della secessione quale meccanismo istituzionale, la dottrina pare essersi divisa su due fronti: da un lato, coloro che ritengono che la secessione sia un atto rivoluzionario contro un’autorità statale ingiusta (e quindi, in quanto atto di resistenza, incompatibile con la legalizzazione di tale fatto), dall’altro chi ritiene la secessione come un avvenimento inevitabile che per altro non si pone in violazione di principi morali assoluti (arrivando potenzialmente a soluzioni di separazione pacifica)[12].

Sulle base di queste premesse, questo articolo intende esaminare l’esperienza di secessione nel quadro costituzionale dell’ex Repubblica Federale di Jugoslavia e le relative tappe storiche che hanno portato alla disgregazione dell’ex Federazione.

I profili della secessione nelle Costituzioni dell’ex Repubblica Federale di Jugoslavia

Nel 1943, nel corso del secondo Congresso del Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia (AVNOJ, acronimo di Antifašističko v(ij) eće narodnog oslobođenja Jugoslavije), si decise che la Jugoslavia sarebbe stata uno Stato Federale composto da cinque Repubbliche (Serbia, Croazia, Macedonia, Slovenia, Montenegro) più una sesta Repubblica (Bosnia-Erzegovina) di base multietnica composta da serbi, croati e musulmani. In particolare, in questo contesto venne riconosciuto il diritto di parità tra i popoli costituenti e quello di autodeterminazione dei popoli[13] riuniti nella Federazione Jugoslava. Quest’impostazione venne confermata nel progetto di Costituzione del 1946, in cui all’Articolo 1 si affermava che la Jugoslavia era una Repubblica Federale costituita da un’unione libera di popoli (narod) uguali nei diritti e che, sulla scorta del diritto all’autodeterminazione (comprendendo in tale accezione anche quello di secessione), avevano espresso la volontà di unirsi al neonato Stato Federale. Tuttavia, la realizzazione del riconoscimento formale del diritto di autodeterminazione e secessione, all’atto pratico, appariva di assai difficile poiché, ad esempio, l’Articolo 21 Cost. considerava incostituzionali tutte quelle attività che volte (in atto o in potenza) a mettere in discussione l’unità federale. A questo proposito, Cukani osserva come “l’autodeterminazione, in pratica, [venisse] giustificata dalla dottrina dell’epoca come un diritto riconosciuto ai popoli costituenti di unirsi in uno Stato federale; pertanto, una volta compiuto tale atto, l’autodeterminazione [perdesse] effetto. Un espresso riconoscimento del diritto di autodeterminazione, quindi, che più che lasciare aperta la possibilità di uscita, di fatto era indirizzato a rafforzare l’unità[14].

Il diritto di autodeterminazione e secessione viene in seguito ribadito anche nelle Costituzioni del 1963 e del 1974. In quest’ultima, in particolare, sebbene venissero riconosciuti i due diritti sopramenzionati, vi erano molte disposizioni volte a tutelare l’unità statale o quantomeno a contrastare l’esercizio di pratiche di secessione da parte delle entità federate (in questa fase, le sei Repubbliche e le province autonome del Kosovo e della Vojvodina). L’Articolo 5, infatti, prevedeva che i confini internazionali della Jugoslavia potessero essere modificati soltanto previo accordo di tutte le Province e Repubbliche: inoltre, ai sensi dell’Articolo 238, tale decisione richiedeva nondimeno l’approvazione dell’Assemblea Federale. Pertanto, sebbene vi fosse un formale riconoscimento del diritto di “libera uscita” delle Repubbliche, si trattava appunto di un fatto puramente formale poiché accompagnato da disposizioni che rendevano un’eventuale secessione unilaterale non solo incostituzionale ma anche di difficile realizzazione (poiché tale scelta poteva essere compiuta solo in presenza di unanime consenso delle entità federate e dell’Assemblea Federale)[15].

I profili applicativi della secessione nell’ex Repubblica Federale di Jugoslavia

Dopo la morte di Tito nel 1980, le questioni economiche dovute alle grandi disparità presenti tra le Repubbliche in materia di sviluppo e, soprattutto, la questione etnica portarono alla disgregazione della Federazione Jugoslava. Questa disgregazione, tuttavia, avvenne in modo alquanto peculiare: in riferimento al caso jugoslavo si parla appunto di “central secession[16]. Si trattò quindi di una secessione in cui, in una qualche misura, il centro si distaccò dalle sue periferie poiché ormai incapace di mantenere una posizione egemonica nei confronti di quest’ultime.

Il disfacimento della Repubblica Federale di Jugoslavia, dopo oltre 40 anni, creò speranze ma anche un vuoto ideologico riempito dall’emergere di partiti e ideologie fortemente nazionaliste nei primi anni Novanta: il riemergere di antichi rancori, i frequenti appelli alla questione etnica e le difficoltà connesse alla stagnazione economica, alla corruzione e all’inerzia politica misero profondamente in crisi la concezione multietnica dello stato jugoslavo e la pacifica convivenza tra etnie differenti[17]. La crisi della classe dirigente jugoslava, assieme al declino dell’ideologia comunista dopo il crollo del Muro di Berlino, portò inevitabilmente alla dissoluzione del Partito Comunista della Jugoslavia nel corso del Quattordicesimo (ed ultimo) plenum tenutosi nel Gennaio 1990 da un lato, e all’aprirsi di una stagione di dichiarazioni di indipendenza da parte delle entità federate.

La Slovenia, a seguito del referendum del 23 Dicembre 1990, fu la prima a dichiarare unilateralmente la propria indipendenza in data 25 Giugno 1991[18]. Questa questione, come osservato da Cukani, tuttavia non era priva di problemi dal punto di vista del diritto interno. La questione dell’indipendenza slovena venne infatti portata all’attenzione della Corte Costituzionale già nel 1989: in questa occasione, la Corte dichiarò incostituzionale l’atteggiamento della Slovenia poiché, seppur la Costituzione federale riconosceva un simile diritto alle Repubbliche e ai popoli, l’uscita slovena avrebbe modificato i confini internazionali della Federazione e pertanto l’uscita sarebbe potuta avvenire soltanto previo consenso di tutte le entità federate. Due anni più tardi, la Corte Costituzionale tornò sul tema, specificando che il diritto di secessione richiedeva un emendamento della Costituzione federale al fine di trovare un accordo che regolassero le procedure per lo sviluppo di relazioni tra le unità federali. Tale modifica del testo costituzionale poteva però soltanto avvenire mediante consenso unanime di tutte le Repubbliche federate: consenso, che nel turbolento contesto politico dell’epoca, era assai difficile da raggiungere[19]. Lo stesso concetto venne per altro ribadito a seguito del referendum per l’indipendenza croata del 19 Maggio 1991[20]. Nel tentativo di preservare la tenuta della Federazione, il 17 Ottobre 1991, la Presidenza Federale presentò quindi la proposta “Concetto per la Struttura Costituzionale della Jugoslavia su basi Federali” (PredsedniStvo SFRJ dostavilo SkupStini koncept federativnog uredenja Jugoslavije), il cui Articolo 11 prevedeva che a seguito di un referendum e in conformità con le procedure stabilite dalla Costituzione federale ogni Repubblica avrebbe avuto facoltà di uscire dalla Federazione. Tuttavia, la proposta venne prontamente ignorata e non produsse pertanto alcuna conseguenza pratica[21].

Pertanto, le dichiarazioni di indipendenza presentate dalle entità federate sono da considerarsi come i primi atti di secessione unilaterale attuati al di fuori dell’esperienza coloniale[22]. In questo contesto, pur riconoscendo la specificità dei singoli processi di formazione di nuovi Stati, un ruolo cruciale è stato svolto dalla cosiddetta Commissione Badinter (una commissione arbitrale convocata su iniziativa della Conferenza di Pace sulla Jugoslavia)[23]. In primo luogo, nel Novembre 1990, venne chiesto alla Commissione di qualificare la natura del processo che si stava avviando nell’ex Jugoslavia a seguito delle dichiarazioni di indipendenza delle Repubbliche (secessioni unilaterali o disgregazione della Federazione). La Commissione affermò che si trattava di dissoluzione, poiché le istituzioni federali non rispecchiavano più i criteri di rappresentanza e partecipazione delle entità federate e, a seguito delle dichiarazioni di indipendenza presentate da quattro Repubbliche, di fatto la dissoluzione appariva come una via inevitabile che avrebbe portato alla nascita di altrettanti stati indipendenti. In particolare, nell’Opinione no. 8, la Commissione affermava che la Repubblica Federale di Jugoslavia “aveva cessato di esistere e pertanto non aveva più personalità legale”, quindi essa non poteva più continuare ad essere membro delle Nazioni Unite[24]. Ancora, nell’Opinione No. 3, la Commissione Badinter, estendendo l’applicabilità del principio dell’uti possidetis juris anche il di fuori del contesto coloniale, affermava che i confini interni delle Repubbliche federate erano da considerarsi come confini internazionali dei nascenti Stati[25]. Sulla scorta del medesimo principio, inoltre:

nelle successive Opinioni che riguardano il più difficile caso della BiH [Bosnia ed Erzegovina], se ne accoglieva l’applicabilità anche nella dimensione dell’ethnos e non più solo il demos. Tale è la conclusione alla quale si perviene considerando che nelle sue opinioni la Commissione riconosceva il diritto di autodeterminazione non più solo ai popoli ma anche ai gruppi che si trovarono in situazioni di minoranza (Opinione no. 2) o a frazioni di popoli (Opinioni no. 4). Inoltre, nell’Opinione no. 11, nel riportare le date precise del riconoscimento delle singole Repubbliche che si erano dichiarate indipendenti e la data che sigillava la natura del processo che si stava sviluppando nella ex Jugoslavia come un processo di dissoluzione – visto che la data delle dichiarazioni unilaterali precedeva quella della qualifica del processo come dissoluzione – di fatto l’applicabilità del principio dell’uti possidetis juris si estendeva anche in caso di secessioni unilaterali e non solo all’ipotesi di dissoluzione[26]

Ciò non di meno in riferimento al caso della Bosnia-Erzegovina, nell’Opinione no. 4, la Commisisone Badinter condizionava il riconoscimento di un nuovo Stato all’esito favorevole di un referendum, elevando quest’ultimo “to the status of a basic requirement for the legitimisation of secession[27]. In seguito, si affermò la questione della proceduralizzazione della secessione dell’Unione serbo-montenegrina: diritto di secessione garantito prima negli Accordi di Belgrado del 14 Marzo 2002 e poi dall’Articolo 60 Costituzione, il quale condizionava il diritto di secessione all’esito favorevole di un referendum e ad una clausola sospensiva di tre anni prima della sua attivazione[28]. Allo scadere dei tre anni, il governo montenegrino dichiarò la propria volontà di secedere: in quest’occasione, il problema da risolvere riguardava il fatto se tale secessione potesse avvenire mediante un atto approvato dai 2/3 dei parlamentari (Art. 119 Cost), oppure mediante un referendum (Art. 2 Cost). La Corte Costituzione propese per la seconda soluzione, asserendo inoltre che il referendum avrebbe avuto natura vincolante e definitiva. Chiarito questo punto, lo svolgimento delle procedure di secessione venne regolamentato dalla Law on the Referendum on State Legal Status (LRSLS) del 1° marzo 2006, negoziata attraverso l’intermediazione di esponenti di varie organizzazioni internazionali (UE in primis) e in conformità con l’opinione della Commissione di Venezia[29]. In base a questa Legge, gli aventi diritto al voto erano tutti i cittadini montenegrini residenti sul territorio montenegrino da almeno 24 mesi, il quorum necessario era del 50% degli aventi diritto e un quorum deliberativo del 55% dei votanti. Il 23 Maggio 2005, l’86,4% degli aventi diritto partecipò alla tornata referendaria, che vide una risicata vittoria del “sì” (55,50%): dieci giorni dopo, il Parlamento del Montenegro emanò una dichiarazione di indipendenza seguita da un atto omologo emesso dalla Serbia.

Infine, il caso kosovaro costituisce un unicum tra le varie ipotesi di secessione unilaterale di una regione autonoma: se da un lato il Kosovo costituisce un esempio di “secessione intenzionalmente guidata[30], esso rappresenta anche un caso di “remedial secession[31] (una sorta di autodeterminazione come rimedio ad una serie di ingiustizie subite da parte dello Stato centrale, in questo caso la Serbia). Infatti, come sottolineato da Cukani: “Tale è la conclusione alla quale si perviene, non tanto dalla interpretazione offerta dalla Corte Internazionale di Giustizia che ha evidenziato la mancanza di un orientamento unanime sul punto, ma dalle opinio juris presentate dai vari Stati davanti alla medesima Corte. Alla base di tali opinio juris, pur non impiegando in maniera esplicita il termine ‘secessione’, quale causa legittimante la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza, viene posta la violazione dei diritti umani da parte della Serbia. Un unicum, tra gli altri, pertanto, anche sotto tale aspetto, venendo riconosciuta da parte di alcuni Stati, la ‘secessione terapeutica’, anche al di fuori dei contesti coloniali[32].

*Enrico Pelosato: nato a Verona, ha conseguito la Laurea Triennale in Scienze Politiche, Studi Internazionali, Governo delle Amministrazioni presso l’Università degli Studi di Padova. Si è recentemente laureato con lode in Relazioni Internazionali e Studi Europei presso l’Università degli Studi di Firenze, dopo aver trascorso un semestre presso l’Université du Luxembourg e tre mesi presso l’Ufficio di Collegamento con le Istituzione Comunitarie di Regione Toscana a Bruxelles grazie al programma Erasmus+. I suoi principali interessi riguardano il diritto internazionale pubblico, il diritto dell’Unione Europea e gli affari europei nel suo complesso. 

[1] Per comprendere la trasversalità di questo fenomeno, si vedano: F. GAMBARINI, “Mappa degli indipendentisti europei” in Il Corriere della Sera (17/09/2014, https://www.corriere.it/esteri/14_settembre_11/oltre-scozia-patchwork-indipendentisti-europei-d1c8e8ac-39bf-11e4-99d9-a50cd0173d5f.shtml); “Come sarebbe l’Europa se vincessero tutti gli indipendentismi” in Linkiesta (28/08/2017, https://www.linkiesta.it/it/article/2017/08/28/come-sarebbe-leuropa-se-vincessero-tutti-gli-indipendentismi/35322/).

[2] J. BENIER, “Il mosaico etnico canadese” in Limes, “Il richiamo dei Balcani”, No. 3/1995 (03/06/1995, http://www.limesonline.com/cartaceo/il-mosaico-etnico-canadese).

[3] A. GARZONE, “Catalogna: autonomismo e secessione nel quadro costituzionale spagnolo” (03/01/2018, https://www.pandorarivista.it/articoli/catalogna-un-referendum-la-secessione/). Per un’analisi della questione dal punto di vista del giurista internazionalista, si veda: N. RONZITTI, “Catalogna: secessione senza autodeterminazione” (16/10/2017, https://www.affarinternazionali.it/2017/10/catalogna-indipendenza-assenza-diritto/).

[4] A. MASTROMARINO, “Belgio” in collana “Si governano così” (a cura di C. FUSARO), Il Mulino (Bologna, 2012), pp. 38-49.

[5] ANSA, “Trionfo dei nazionalisti in Corsica: <<Ora vogliamo più autonomia>>” in La Repubblica (10/12/2017, https://www.repubblica.it/esteri/2017/12/10/news/trionfo_dei_nazionalisti_in_corsica_ora_vogliamo_piu_autonomia_-183710675/);

[6] Per un approfondimento sulla questione dell’indipendentismo scozzese, si vedano i contributi presenti seguente sezione: https://www.theguardian.com/politics/scottish-independence. Per un’analisi della questione dal punto di vista del giurista internazionalista, si veda: S. TIERNEY, “Legal Issues Surrounding the Referendum on Independence for Scotland” in European Constitutional Law Review, Vol. 9 No. 3 (2013), pp. 359-390.

[7] Per un approfondimento sul referendum consultivo sull’autonomia regionale in Veneto e Lombardia per l’attribuzione di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, tenutosi nell’Ottobre 2017, si veda: F. MARCONI, “Referendum Lombardia e Veneto: cosa c’è da sapere sul voto per l’autonomia del 22 Ottobre” in L’Espresso (25/09/2017, http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/09/25/news/referendum-lombardia-veneto-autonomia-22-ottobre-1.310769). Un ulteriore esempio è quello dell’indipendentismo sardo: C. ZOCCHEDDU, “Indipendentismo, i leader sardi: <<Modello catalano nell’isola, serve la spinta popolare>>” in La Nuova Sardegna (04/10/2017, http://www.lanuovasardegna.it/regione/2017/10/04/news/modello-catalano-nell-isola-serve-la-spinta-popolare-1.15945994).

[8] Si fa riferimento alla teoria delle linee di frattura sociopolitiche elaborata da Lipset e Rokkan. Cfr: S. M. LIPSET, S. ROKKAN (a cura di), “Party Systems and Voter Alignments: Cross-National Perspectives”, Free Press (New York, 1967); S. ROKKAN, “Citizens, Elections, Parties: Approaches to the Comparative Study of the Process of Development”, Universitetsforlaget (Oslo, 1970). Per un ulteriore approfondimento si veda: S. BARTOLINI, “Restructuring Europe: Centre formation, system building and political structuring between the nation state and the European Union”, Oxford University Press (Oxford, New York, 2005).

[9] Enciclopedia Treccani, v. Secessione (http://www.treccani.it/enciclopedia/secessione/). Per un approfondimento sul tema della secessione si veda: C. MARGIOTTA, “L’ultimo diritto: Profili storici e teorici della secessione”, Il Mulino (Bologna, 2005).

[10] A. TANCREDI, “Secessione e diritto internazionale: un’analisi del dibattito” in Rivista di Diritto Pubblico Comparato ed Europeo, No. 2/2015, pp. 449-478.

[11] E. CUKANI, “Il vento dell’Est nella teoria e nella pratica delle secessioni” in Federalismi,Secessionismi Autonomismi Federalismi. Frammenti di una rosa olografica”, numero speciale 7/2018, p. 126.

[12] Per una ricostruzione delle diverse posizioni presenti in dottrina, si veda ad esempio: C.R. SUNSTEIN, “Constitutionalism and Secession”, The University of Chicago Law Review, Vol. 58 No. 2, “Approaching Democracy: A New Legal Order for Eastern Europe” (Spring, 1991), pp. 633-670; D. WEINSTOCK, “Constitutionalizing the Right to Secede” in The Journal of Political Philosophy, No. 9 (1991), pp. 182-203.

[13] Enciclopedia Treccani, v. Autodeterminazione dei popoli (http://www.treccani.it/enciclopedia/autodeterminazione-dei-popoli/).

[14] E. CUKANI, “Il vento dell’Est nella teoria e nella pratica delle secessioni”, p. 132.

[15] Ibid, p. 133.

[16] La nozione di “central secession” viene teorizzata da Buchanan e poi ripresa da Conversi in riferimento al caso jugoslavo, si veda: A. BUCHANAN, “Secession. The morality of Political Divorce from Fort Sumter to Lithuania and Québec” (Boulder, 1991), pp. 13-22; D. CONVERSI, “Central secession: towards a new analytical concept? The case of former Yugoslavia” in Journal of Ethnic and Migration Studies, Vol. 26 No. 2 (2002), pp. 333-355.

[17] Come osservato da V. DIMITRIJEVIC in “Può la nazione balcanica divenire favorevole ai diritti del cittadino? Politiche della nazionalità e diritti umani nei Balcani” in R. PETROVIC, F. RUSSO (a cura di), “L’altra Europa. L’Europa Centrale e i Balcani verso l’Unione Europea” Edizioni Scientifiche Italiane (Napoli, 1998), p.14: “Dopo il 1989 la maggior parte di quest’area ha sofferto la sindrome del nazionalismo etnico del post-comunismo, comune a tutte le nazioni ex-comuniste o ex-socialiste europee, praticamente senza eccezioni. L’ultimo è un miscuglio di eredità storiche e memorie e un sottoprodotto di difficoltà di transizione verso il pluralismo politico e l’economia di mercato”.

[18] L’88,5% degli aventi diritto rispose favorevolmente al quesito “La Slovenia dovrebbe diventare uno Stato sovrano ed indipendente?”. A seguito di questo voto, venne proclamata l’indipendenza slovena sei mesi più tardi e, a tal proposito, la Commissione Badinter (Opinione no. 7, 11/01/1992) osservò: “Following the plebiscite, after various proposals and attempts to agree on changes in the Socialist Federal Republic of Yugoslavia (SFRY) had come to nothing, the Assembly of the Republic of Slovenia adopted a Declaration of Independence on 23 June 1991, based on ‘a unanimous proposal by other parties, groups or delegates represented in Parliament”.

[19] E. CUKANI, “Il vento dell’Est nella teoria e nella pratica delle secessioni”, p. 134.

[20] Il quesito referendario era il seguente (nella sua traduzione in lingua inglese): “1. Do you agree that the Republic of Croatia, as a sovereign and independent state which guarantees the cultural autonomy and civil liberties of Serbs and member of other nationalities in Croatia shall enter into an association of sovereign states together with other republics (according to the suggestion of the Republic of Croatia and the Republics of Slovenia for solving of the crisis in the SFRY)? 2. Do you agree that the republic of Croatia shall remain in Yugoslavia as a unitary federal state (according to the suggestion of the republic of Serbia and the Socialist Republic of Montenegro for solving of the site crisis in the SFRY)?”.

[21] E. CUKANI, “Il vento dell’Est nella teoria e nella pratica delle secessioni”, p. 135.

[22] P. PAZARTZIS, “Secession and international law: the European dimension” in M.G. Kohen (a cura di), “Secession: International Law and Perspectives”, p. 364.

[23] Per un approfondimento sulla Commissione Badinter si veda: A. PELLET, “The Opinions of the Badinter Arbitration Committee: A Second Breath for the Self-Determination of Peoples” in European Journal of International Law (3:1), (1992), pp. 178-185.

[24] Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Risoluzione 777 (19/09/1992); Commissione Badinter, Opinione no. 8 (1992).

[25] Commissione Badinter, Opinione no. 3 (1992): “Uti possidetis, though initially applied in settling decolonization issues in America and Africa, is today recognized as a general principle, as stated by the International Court of Justice in the case between Burkina Faso and Mali [Frontier Dispute, (1986), ICJ Reports 554 at 565): ‘Nevertheless the principle is not a special rule which pertains to one specific system of international law. It is a general principle, which is logically connected with the phenomenon of the obtaining of independence, wherever it occurs. Its obvious purpose is to prevent the independence and stability of new States being endangered by fratricidal struggles”; Per un approfondimento sul principio dello uti possidetis juris, si vedano: C. ANTONOPOULOS, “The principle of Uti Possidetis Iuris in Contemporary International Law” in Revue Hellénique de Droit International, Vol. 49 No. 1 (1996), pp. 81-86; A. PETERS, “The Principle of the Uti Possidetis Juris: How Relevant is for Issues of Secession?” in C. WALTER, A. VON UNGERN-STENBERG, K. ABUSHOV (a cura di), “Self-Determination and Secession in International Law”, Oxford University Press, (Oxford, New York, 2014) pp. 95-137.

[26] E. CUKANI, “Il vento dell’Est nella teoria e nella pratica delle secessioni”, pp. 139-140.

[27] A. CASSESE, “Self-Determination of Peoples and the Recent Break-Up of USSR and Yugoslavia” in R. ST. J. MACDONALD (a cura di), “Essays in Honour of Wang Tieya”, Dordrecht (Boston, 1993), p. 143. In particolare, la Commissione Badinter nell’Opinione No. 4 affermava: “The will of the peoples of Bosnia-Herzegovina to constitute the SRBH as a sovereign and independent State cannot be held to have been fully established. This assessment could be reviewed if appropriate guarantees were provided by the Republic applying for recognition, possibly by means of a referendum of all the citizens of the SRBH without distinction, carried out under international supervision”. La Bosnia ed Erzegovina implementò quindi la richiesta della Commissione Badinter e venne organizzato un referendum, il quesito (nella sua traduzione in lingua inglese) fu il seguente: “Are you in favour of a sovereign independent Bosnia-Herzegovina, a State of equal citizens and of peoples of Bosnia-Herzegovina – Muslims, Croats, Serbs – and others who live in it?”.

[28] Articolo 60: “Trascorso il termine di tre anni, gli Stati membri hanno il diritto di iniziare la procedura per la modificazione dei loro status oppure per secedere dall’Unione di Serbia-Montenegro. La decisione sulla successione dall’Unione di Serbia-Montenegro deve essere presa dopo lo svolgimento di un referendum. La Legge sul Referendum deve essere adottata dallo Stato membro nel quale si svolge il referendum, tenendo conto degli standard democratici generalmente riconosciuti a livello internazionale”. L’ultimo è stato in realtà emendato nel 2005, affermando che “le regole su un eventuale Referendum sono adottate sulla base di standard democratici generalmente riconosciuti a livello internazionale. Lo Stato membro che organizza il Referendum coopera con l’Unione Europea per garantire l’osservanza degli standard democratici generalmente riconosciuti a livello internazionale, così come definiti dalla presente Carta Costituzionale”.

[29] Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia), Opinion on the Compatibility of the existing legislation in Montenegro concerning the organization of referendums with applicable international standards, (Opinione no. 343/2005).

[30] L. GRADONI, E. MILANO (a cura di), “Il parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Un’analisi critica”, Cedam (Padova, 2011); H. HANNUM, “The Advisory Opinion on Kosovo: An Opportunity Lost, or a Poisoned Chalice Refused?” in Leiden Journal of International Law, no. 24/2011, pp. 155-161.

[31] L. BUCHEIT, “Secession: The Legitimacy of Self-Determination”, p. 222;

[32] E. CUKANI, “Il vento dell’Est nella teoria e nella pratica delle secessioni”, p. 142 (e relativa dottrina ivi menzionata).

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